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Pensioni, entro l’autunno la riforma. Come può cambiare il sistema previdenziale.

Mentre si avvicina a grandi passi la fine di Quota 100, la partita delicatissima sulle pensioni entra nel vivo.

Insieme all’inizio del pagamento delle pensioni di agosto, oggi riparte anche il tavolo tra governo e parti sociali per la riforma del sistema pensionistico, specie in vista della fine della sperimentazione legata a Quota 100 che si esaurirà con la fine dell’anno. Va infatti trovata in primis una soluzione che possa evitare che scatti dal 1° gennaio prossimo lo scalone di cinque anni, con relativo zaumento dell’età pensionabile da 62 a 67 anni.

Al netto di un intervento delle parti politiche, dal primo gennaio 2022 la legge Fornero, con il limite di 67 anni per l’uscita dal lavoro, tornerà operativa.

Diverse le ipotesi in campo: i sindacati spingono per forme di flessibilità a partire dai 62 anni o, in alternativa, con 41 anni di contributi a prescindere dall’età. Il governo punta di fatto ad allargare l’ape social e a introdurre sconti per i lavori gravosi e per le lavoratrici attraverso l’opzione-donna. Come trovare una sistesi entro l’autunno, quando l’intervento andrà inserito nella legge di Bilancio?

Flessibilità in uscita

I leader di Cgil, Cisl e Uil hanno proposto al ministro del Lavoro Andrea Orlando la loro piattaforma “Cambiare le pensioni adesso”: flessibilità in uscita dopo 62 anni di età, o dopo 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica. Una proposta che ha però già visto la bocciatura da parte dell’Inps per gli alti costi che comporterebbe. Col corollario della pensione di garanzia per i giovani, lavoratori discontinui e con basse retribuzioni, punto su cui invece l’esecutivo sembra essere allineato con le parti sociali.

Governo punta a flessibilità ‘soft’

Esaurita Quota 100 il governo punta ad irrobustire soluzioni già ampiamente collaudate per una flessibilità soft:

  • opzione donna (uscita con 35 anni di contribuzione e 58 anni d’età, 59 se autonome)
  • Ape sociale (prevista da 63 anni per le categorie che svolgono mansioni faticose),
  • revisione paramentri lavori usuranti veri e propri e lavoratori cosiddetti fragili

Quota 102 e Quota 41

Una flessibilità considerata appunto troppo soft dai sindacati e da parte della maggioranza, per cui Quota 102 e Quota 41 rappresentano alternative più spendibili. Soprattutto se, come emerso negli ultimi incontri, ci fosse fin da subito una convergenza con l’esecutivo sul contratto di espansione, un accordo aziendale che, di fatto, consente mandare in pensione su base volontaria i lavoratori fino a 5 anni prima (60 mesi) rispetto ai requisiti ordinariamente richiesti per la pensione di vecchiaia o anticipata.

Il no a Tridico

Intanto i Sindacati hanno già detto No alla proposta avanzata nelle scorse ore dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che aveva ipotizzato – all’interno di un percorso flessibile – una pensione in due tranche per chi è in possesso di almeno 20 anni di versamenti: la prima puramente “contributiva” al compimento del sessantaduesimo-sessantatreesimo anno d’età, seguita dalla parte retributiva (per chi l’avesse maturata) al raggiungimento della soglia dei 67 anni d’età. Proposta però, secondo i Sindacati, “troppo penalizzante”.

Per Cgil, Cisl e Uil è necessario estendere la flessibilità nell’accesso alla pensione, permettendo alle lavoratrici e ai lavoratori di poter scegliere quando andare in pensione, senza penalizzazioni per chi ha contributi prima del 1996, a partire dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età, facendo cadere però vincoli e penalizzazioni.

Lo scoglio dei costi

Tante le opzioni sul piatto che però rischiano di incagliarsi come sempre sullo scoglio dei costi. Come ricostruisce il quotidiano economico, nel Def recentemente presentato dal governo Draghi viene rilevato come la spesa previdenziale, anche per le ricadute di Quota 100, rimanga elevata. Non solo: “anche senza nuove deroghe o correzioni alla legge Fornero, le uscite previdenziali tornerebbero a correre e già dal 2026 andando a raggiungere nel 2036 un picco di spesa del 17,4% del Pil”. Andamento che va nella direzione opposta delle raccomandazioni di Bruxelles, in pressing da tempo sulla sostenibilità nel medio periodo del nostro sistema previdenziale.

Le 3 proposte Inps per la riforma pensionistica

Nel rapporto presentato dal presidente Inps al Parlamento, trovano posto le tre proposte di riforma delle pensioni pensate dall’Istituto.

  • pensionamento anticipato con 41 anni di contribuzione, a prescindere dall’età.
  • calcolo contributivo con 64 anni di età e 36 di contributi.
  • anticipo della sola quota contributiva della pensione a 63 anni, rimanendo ferma a 67 la quota retributiva.

Tridico ha evidenziato come “La prima proposta sia la più costosa, partendo da 4,3 miliardi nel 2022 e arrivando a 9,2 miliardi a fine decennio, pari allo 0,4% del Prodotto interno lordo. La seconda è meno onerosa, costando inizialmente 1,2 miliari, toccando un picco di 4,7 miliardi nel 2027, e per questo più equa in termini intergenerazionali. La terza ha costi molto più bassi: meno di 500 milioni nel 2022 e raggiungerebbe il massimo costo nel 2029 con 2,4 miliardi”.

Leggi l’articolo originale su quifinanza.it

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