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Riforma del catasto, rischio stangata: chi ci rimette di più.

Revisione delle aree comunali e abitazioni che cambiano categoria catastale: ecco come funzionerà la nuova riforma, con il rischio di nuove tasse.

Durante la conferenza stampa per presentare la delega fiscale approvata in Consiglio dei ministri, il premier Mario Draghi ha ribadito che la tanto invocata riforma del catasto – ancora ben lontana dall’approvazione ma considerata come assodata – non comporterà nessun aumento delle tasse.

Il capo dell’esecutivo ha anche affermato che il Governo non introdurrà né l’Imu né nessun’altra imposta sulla prima casa, cercando di rassicurare famiglie e contribuenti che stanno già affrontando il rincaro dei prezzi di luce e gas.

La riforma del catasto per ora “è un esercizio di mappatura che sarà reso disponibile nel 2026, non ha alcun effetto immediato. Nel 2026 verrà usato da chi vorrà utilizzarlo” ha detto Franco. “Per ora è un esercizio per capire lo stato del nostro sistema immobiliare”, spiega il ministro in audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato.

Con la riforma, per determinare i valori degli immobili ai fini catastali cambierà la suddivisione in aree dei comuni, che attualmente fatica a rispecchiare la condizione reale degli edifici.

I tecnici incaricati hanno infatti identificato da molto tempo delle microaree omogenee dal punto di vista dei prezzi e dei canoni, con l’obiettivo di moltiplicare le zone censuarie e avere così un quadro più specifico e meno approssimativo.

Catasto: cosa cambia nella valutazione degli immobili

La questione della difformità tra diverse aree (anche ravvicinate tra loro) è un problema che riguarda principalmente le nostre città più grandi, che saranno le vere protagoniste della riforma.

Per citare i due esempi più significativi del nostro Paese, a Milano si passerà dalle attuali tre zone censuarie a 41, mentre a Roma aumenteranno dalle 7 di oggi a ben 233.

Inoltre, un’altra novità riguarda la superficie degli immobili residenziali, che non sarà più calcolata ed espressa in vani catastali ma in metri quadrati.

Infine cambieranno la definizione e la classificazione degli edifici, che con la riforma saranno suddivisi e distinti tra ordinari e speciali.

Questa serie di adempimenti dovrebbe permettere allo Stato di rintracciare gli immobili sconosciuti al Fisco, che attualmente sono tantissimi (una stima dell’Agenzia delle Entrate parla di 1,2 milioni).

Di conseguenza ci sarebbe un nuovo gettito fiscale derivante proprio dal recupero dell’evasione dell’Imu e delle imposte sulle locazioni di questi edifici non dichiarati. Su questo punta Draghi quando tranquillizza riguardo l’ingresso di nuove imposte.

Aliquota Imu e revisione degli estimi: chi rischia di pagare di più

Ma le ripercussioni di questi cambiamenti su chi oggi è già censito e paga regolarmente saranno inevitabili secondo molti esperti.

Per scongiurarle il Governo dovrà sicuramente rivedere al ribasso le aliquote Imu, tassa su cui l’Esecutivo ha già previsto un rimborso per alcune categorie: ai livelli attuali infatti, la soglia di riferimento allo 0,76% e quella massima all’1,14% comporterebbero un aumento corposo delle imposte.

Un rimescolamento che comunque non sarà indolore. Da capire infatti se l’invarianza di gettito sia da considerare a livello nazionale (con un conseguente innalzamento delle imposte locali) o a livello comunale, ipotesi che rischia addirittura di incrementare la situazione di disparità attualmente in vigore.

Infine, la revisione degli estimi potrebbe portare ad un cambiamento della platea dei contribuenti ad oggi esentati.

Ad oggi non pagano l’Imu o ricevono imposte ridotte tutti i proprietari di abitazioni che non appartengono alle categorie catastali A/1A/8 e A/9, ossia i tre gruppi che identificano le residenza di lusso.

Il rischio è che la nuova classificazione possa portare ad una modifica della definizione di “immobile di lusso”, finendo per comprendervi molte più case rispetto a quelle attuali.

Leggi l’articolo originale su quifinanza.it

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