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Referendum, il Sì quasi al 70%: il voto completa la riforma sul taglio dei parlamentari. Dalla prossima legislatura scendono da 945 a 600.

La riforma bandiera del Movimento 5 stelle modifica i tre articoli della Carta sul numero degli eletti: 56, 57 e 59. Dalla prossima legislatura, dunque, i deputati scenderanno da 630 a 400, i senatori da 315 a 200. Si tratta del quarto referendum costituzionale della storia, il secondo ad essere approvato dal voto popolare.

Avanti col taglio. La vittoria del Sì al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari sfiora il 70%. Una vittoria annunciata, dato che durante tutta la campagna elettorale i sondaggi hanno sempre dato i No largamente staccati: superano di poco i trenta punti percentuali. Dalla prossima legislatura, dunque, i parlamentari passeranno da 945 a 600. I deputati scenderanno da 630 a 400, i senatori da 315 a 200. La riforma, infatti, modifica i tre articoli della Carta sul numero degli eletti: 56, 57 e 59. In pratica riduce il numero degli eletti tra Camera e Senato del 36,5%.

“Quello raggiunto oggi è un risultato storico. Torniamo ad avere un Parlamento normale, con 345 poltrone e privilegi in meno. È la politica che dà un segnale ai cittadini. Senza il MoVimento 5 Stelle tutto questo non sarebbe mai successo”, ha scritto su facebook dopo la diffusione dei primi dati Luigi Di Maio, ministro degli Esteri ed ex capo politico del Movimento 5 stelle. Il suo successore, Vito Crimi, è stato il primo leader politico a rilasciare una dichiarazione ufficiliare: “Aappreso in queste ore delle proiezioni che danno un risutlato storico e straordinario. Ringrazio tutti coloro che sono andati a votare in questo peridodo di emergenza Covid”.

Il taglio dei parlamentari è una legge bandiera del Movimento 5 stelle, che la inserisce nel contratto di governo siglato con la Lega nel giugno 2018. Contenuto in ddl costituzionale presentato da Riccardo Fraccaro, ministro dei rapporti con il Parlamento del governo gialloverde, recepisce un disegno di legge presentato da Gaetano Quagliarello di Forza Italia, oltre che l’analogo progetto presentato dal Pd nel 2008. La riforma viene approvata la prima volta al Senato nel febbraio del 2019 (185 voti favorevoli cioè il 59%, 54 contrari e 4 astenuti ), passa alla Camera il 9 maggio che la licenzia con 310 sì (49%), 107 no e 5 astenuti. Tornata a Palazzo Madama l’11 luglio, raccoglie 180 voti favorevoli (57%) e 50 contrari. La maggioranza in quel caso è quindi inferiore ai due terzi dei componenti richiesta dal Costituzione per rendere inammissibili le richieste di referendum.

Nell’agosto dello stesso anno Matteo Salvini toglie il suo sostegno al governo. Dopo un mese di trattativa nasce il governo Conte 2, appoggiato dall’alleanza Pd-M5s. Primo punto dell’agenda del nuovo esecutivo è proprio il taglio dei parlamentari che viene approvato in seconda lettura a Montecitorio l’8 ottobre con 553 voti a favore, l’88 percento dei votanti, 14 contrari e due astenuti: praticamente tutto l’arco costituzionale vota per la riforma. In poche settimane, però, i partiti di destra ci ripensano. Forza Italia e Lega – che hanno votato il taglio quattro volte su quattro in Parlamento– hanno raccolto le firme di 71 senatori, il minimo indispensabile per chiedere il referendum. Originariamente previsto per il 29 marzo 2020, il voto referendario è stato rinviato a causa del coronavirus. Incluso nell’election day con regionali e amministrative è il quarto referendum costituzionale della storia, il secondo ad essere approvato. Il primo è quello del 2001, quando il 64% degli elettori approva la riforma del Titolo V della Carta, approvata dalla maggioranza dell’Unione negli anni dei governo Prodi, D’Alema e Amato. Poi è la volta del referendum del governo Berlusconi (la cosiddetta devolution del 2006, bocciato dal 61% dei votanti) e di quello del governo Renzi nel 2016: il 59% respinge il progetto di riforma dell’ex sindaco di Firenze che si dimette da premier.

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