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Buoni postali serie Q, come capire se Poste ha versato quanto dovuto?

Buongiorno,
ho incassato dei buoni postali che erano stati emessi nel 1987 e 1988 della serie Q; a mio parere i conteggi degli interessi che mi sono stati riconosciuti sono inferiori al calcolo riportato sul retro del buono, dove tra l’altro non c’è alcun timbro.
 
L’ufficio postale mi ha detto che se voglio, posso fare reclamo online alle poste per spiegare il mio problema, ma secondo loro il calcolo sarebbe giusto. Volevo sapere se potete aiutarmi a capire e come posso fare per eventualmente farmi riconoscere il giusto dovuto.

Vi ringrazio anticipatamente per il cortese riscontro che avrò da voi!
Antonio


La questione relativa al tasso di interesse riconosciuto al momento dell’incasso di Buoni fruttiferi postali ha già costituito oggetto di numerose risposte pubblicate nell’ambito di questa rubrica, cui rimandiamo.

E’ possibile qui richiamare in sintesi lo sviluppo storico della normativa susseguitasi in argomento.

L’articolo 173 del D.P.R. 29.3.1973 n. 156 (Codice Postale) stabiliva che i tassi di interesse dei buoni fruttiferi postali avrebbero dovuto essere stabiliti con decreto del ministro del Tesoro.

Nel 1986 il ministero del Tesoro emanò il decreto (D.M. 13.6.1986 – Gazz. Uff. 148/86) con il quale modificava i tassi di interesse, stabilendo che a tutti i buoni emessi prima del 1.1.1987 dovessero essere applicati gli stessi tassi previsti per i buoni di nuova emissione (ossia quelli contrassegnati con la Serie Q, appunto).

Il decreto legislativo 284/99 (articolo 7) ha abrogato il Codice Postale, ma ha stabilito che per i buoni emessi sotto la vigenza di quella normativa (ossia tra il 1973 ed il 1999) questa continuasse ad applicarsi. Quindi, nulla cambiava per chi aveva già acquistato buoni: i tassi sarebbero rimasti regolati dai decreti ministeriali.

La sentenza delle sezioni unite della Corte di Cassazione 11.2.2019 n. 3963, che ha risvegliato l’interesse di molti lettori della rubrica e in generale dei consumatori, ha quindi ribadito che per i buoni emessi dopo il 1973, ma fino al 1999, continua ad applicarsi il Codice Postale (anche se abrogato), per cui i tassi sono regolati dai decreti del ministero.

E, prosegue la Cassazione, il risparmiatore che effettua l’investimento è a conoscenza – o dovrebbe esserlo – della regolamentazione dello stesso, considerato che la adeguata pubblicità è garantita dalla pubblicazione dei decreti ministeriali nella Gazzetta Ufficiale.

Di conseguenza, è del tutto possibile – fatta salva l’esigenza di un esame in concreto dei documenti- che la liquidazione degli interessi riconosciuta al lettore sia corretta.

In ogni caso, a prescindere da ciò, una volta effettuato l’incasso, sarà ben difficile poter ottenere la differenza, ove anche fosse spettata: ciò perché – normalmente – al momento dell’incasso l’investitore sottoscrive una quietanza in cui dà atto di avere ricevuto quanto spettantegli per capitale e interessi, con l’estinzione del titolo. Si porrebbe quindi un serio problema di prova di un ipotetico diritto a percepire la differenza, ove anche fosse stata dovuta; infatti, se la quietanza fosse stata ampiamente liberatoria e senza alcun tipo di riserve, è molto probabile che qualsiasi ipotetica azione per ottenere una eventuale differenza – ammesso che fosse stata effettivamente dovuta – sia irrimediabilmente preclusa.

Da ultimo occorrerebbe comunque verificare quando l’operazione di incasso sia avvenuta (il lettore non lo specifica) perché potrebbe persino essere maturata la prescrizione del relativo ipotizzato diritto.

Leggi l’articolo originale su repubblica.it

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