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Lavoro e coronavirus, con la quarantena scatta la malattia (anche se asintomatici).

L’esperto: “Anche lo smart working impossibile in caso di positività. Servirebbe un certificato per consentire il lavoro in remoto, diversamente in caso di peggioramento del quadro clinico il datore di lavoro rischierebbe la responsabilità”.

MILANO – Con la crescita dei tamponi e l’aumento dei casi di positivi al Covid, ma asintomatici, per le aziende si pone il problema di regolare con queste persone il rappoto di lavoro. A giugno l’Inps ha chiarito che il periodo di quarantena – che scatta con il riconoscimento della positività al Covid – deve esser equiparato alla malattia e, quindi, ai lavoratori aventi diritto alla tutela previdenziale della malattia a carico dell’Istituto “vengono riconosciute l’indennità economica (con correlata contribuzione figurativa) e l’eventuale integrazione retributiva dovuta dal datore di lavoro, secondo gli specifici contratti di riferimento”.

Inoltre, per i lavoratori dei settori privato e pubblico in possesso del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità o in possesso del riconoscimento di disabilità, l’intero periodo di assenza dal servizio debitamente certificato, fino al 31 luglio 2020, è equiparato a degenza ospedaliera.

Ma in presenza di casi asintomatici, e della possibilità di lavorare in smart working da casa rispettando quindi l’isolamento, come ci si deve comportare? Pasquale Staropoli, giurista del lavoro della Fondazione studi dei Consulenti del lavoro, riconosce che la casistica andrebbe meglio regolamentata. “Allo stato attuale, in presenza di un quadro clinico conclamato di positività e quindi di una disposizione medica, l’unico esito possibile è la malattia del lavoratore”. 

Certo, in assenza di sintomi e con la possibilità di isolarsi (anche dai familiari) e di continuare a lavorare in remoto, potrebbe esserci l’espressa volontà del lavoratore di non astenersi per malattia: “Potenzialmente è comprensibile, ma dal punto di vista formale in questo caso è diverso. A monte di tutto c’è l’aspetto medico clinico: non puoi lavorare da casa se c’è un certificato medico che disponde la tua quarantena”. Anche perché potrebbero esserci complicazioni: “In caso di peggioramento del quadro clinico, ad esempio, il datore potrebbe ritenersi responsabile. Una soluzione normativa potrebbe consentire lo smart working nei casi in cui è certificato che non sia dannoso per la salute del lavoratore. Bisognerebbe poi vedere chi si assume la responsabilità di sottoscrivere a un positivo l’abilità al lavoro, anche considerando il quadro d’incertezza sul tema”.

Leggi l’articolo originale su repubblica.it

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